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L’orologio del salotto
non sopportava il tempo.
Non le lancette.
Non gli ingranaggi.
Proprio il tempo.
“È un pessimo inventore”,
borbottava ogni mattina.
“Costruisce tutto
per il solo gusto
di portarselo via.”
Nessuno lo ascoltava.
Gli uomini,
passandogli davanti,
alzavano appena lo sguardo
per sapere se fossero in ritardo.
Mai una volta
che gli chiedessero
come stesse.
Così continuava
a fare il suo mestiere
con crescente malumore.
Ogni secondo
era una piccola sconfitta.
Ogni minuto,
un altro capello bianco
sulla testa del mondo.
L’una diventava le due.
Le due diventavano le tre.
E lui si sentiva complice.
“Perdonami”,
sussurrava ai bambini
mentre li vedeva crescere.
“Scusatemi”,
diceva agli innamorati,
quando un bacio
diventava ricordo.
Chiese persino
di essere trasferito
in una sala d’attesa.
“Lì almeno
il tempo sembra fermarsi.”
La richiesta
venne respinta.
Per motivi organizzativi.
Passarono gli anni.
Il vetro si graffiò.
Il legno si scolorì.
Le sue lancette,
un tempo eleganti,
cominciarono a tremare.
Una notte,
senza avvisare nessuno,
si fermò.
Le persone pensarono
che fosse rotto.
Lo sostituirono
con uno digitale.
Più preciso.
Più silenzioso.
Più efficiente.
Lo portarono in soffitta,
tra una valigia
e un ventilatore guasto.
Lì,
per la prima volta,
non dovette più contare nulla.
Dalla finestra rotta
entrava la luce del pomeriggio,
poi quella della sera,
poi quella dell’alba.
Senza numeri.
Senza ore.
Senza obblighi.
E il vecchio orologio sorrise.
Aveva finalmente imparato
che il modo migliore
per vincere contro il tempo
era smettere
di misurarlo.